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La storia di Campodenno

di Lunedì, 15 Febbraio 2016

I primordi dell’epoca storica anaune (VI – V secolo a. C.) si contraddistinguono per la presenza dei Reti, il grande popolo delle Alpi che in Trentino aveva i suoi stanziamenti più meridionali. Il principale nucleo insediativo retico tridentino era rappresentato da Sanzeno ma tra i suoi rilevanti centri di culto va senz’altro ricordato anche Dercolo.

I primi contatti intercorsi tra i Reti e i Romani risalgono al III/ II sec. a. C. quando questi ultimi incominciarono a spingersi nelle zone a nord del Po, come testimoniano i numerosi reperti archeologici di età romana - monete, anfore, statuette, lapidi - rinvenuti in molti centri della valle (anche a Termon e a Dercolo). L’assorbimento della nuova cultura da parte della popolazione locale fu particolarmente rapida ma fu soltanto con l’editto emanato nel 46 d. C. dall’imperatore Claudio – trascritto sulla nota Tabula Clesiana - che gli Anauni diventarono a tutti gli effetti cittadini romani.

Fu durante questo periodo che si andò delineando un primo reticolo stradale che portò ad un significativo miglioramento nelle vie di comunicazione. Di fondamentale importanza fu la costruzione del pons alpinus che consentì di superare la forra della Rocchetta e di accorciare le distanze con la Valle dell’Adige.

Fra i molti costumi romani ebbe una particolare diffusione anche il culto degli dèi, ben rappresentato da Giove, Minerva e soprattutto da Saturno. Questo culto idolatra era talmente radicato da rendere particolarmente lento e accidentato il processo di evangelizzazione della Val di Non.

Purtroppo le fonti relative al periodo altomedioevale sono molto carenti ma nonostante queste lacune possiamo essere certi che fu proprio durante l’occupazione longobarda che la regione tridentina si configurò come entità concreta quale si è poi sostanzialmente mantenuta nel tempo. La definitiva conquista franca della penisola (774 d.C.) ebbe invece come conseguenza l’introduzione del diritto germanico da un lato, la solida struttura della società feudale dall’altra. Fu sotto il dominio franco che iniziarono a rafforzarsi le strutture ecclesiastiche e ad emergere le prime importanti famiglie nobili, come gli Appiano e i Flavon, possessori di terre e di diritti di decima in molti luoghi della valle.

L’istituzione del principato vescovile di Trento risale al 1027, quando l’imperatore Enrico II infeudò il vescovo del potere temporale sul territorio, dandogli piena autonomia di governo e pari dignità rispetto agli altri principi territoriali. Il suo potere non era però assoluto, egli era infatti affiancato da un rappresentante laico: dapprima i conti Flavon, in seguito gli Appiano e infine i Conti del Tirolo. Saranno questi ultimi e il conte Mainardo (sec. XIII) in particolare a rovesciare il rapporto di sudditanza connesso all’incarico, trasformando l’istituto dell’avvocazia in uno strumento di controllo sui vescovi e imprimendo un’accelerazione a quella politica di espropriazione di beni e diritti vescovili.

Fra i due poteri contrapposti si inserì più volte non solo la nobiltà maggiore anaune ma gli stessi contadini uniti in rivolta nel 1407, nel 1477 e nel 1525 che, schierandosi per l’uno dei due partiti, tentavano di ottenere ulteriori privilegi.

A fianco delle famiglie nobili cosiddette maggiori, perché di più antica origine, vi erano i nobili minori, titolari a loro volta di alcuni diritti ed esenzioni, come i Thun di Castefondo e di Vigo, i Belasi di Segonzone e i Cles che sul finire del Quattrocento daranno i natali all’illustre principe vescovo Bernardo Clesio (1514- 1539).

Il clima culturale nella Trento post-conciliare (1545-1563), con l’azione dei predicatori, incentrata sui temi della penitenza, del peccato e della morte da un lato e la tradizionale superstizione delle popolazioni montane dall’altro, era piuttosto statico. Fu proprio in questa situazione economico-sociale che venne intrapresa da parte dell’apparato giudiziario del principato vescovile una prolungata inquisizione contro la stregoneria.

Questa fu una piaga che si sarebbe protratta fino ai primi decenni del Settecento, quando ebbero luogo gli ultimi processi alle streghe.

Gli echi della rivoluzione francese non toccarono più di tanto le valli del Noce  che, al contrario, rimasero sostanzialmente fedeli alla monarchia asburgica. La regione soffrì più che altro le conseguenze della campagna napoleonica d’Italia, i passaggi delle colonne francesi, così come le  campagne antinapoleoniche a cui la popolazione fu chiamata a partecipare attivamente. L’assetto sociale dell’Anaunia venne infatti seriamente compromesso e dalla leva obbligatoria e dalle requisizioni. Anche dopo la restaurazione dell’ordine costituito sotto gli Asburgo (1815), la popolazione continuò a dimostrare fedeltà ai rappresentanti del potere, apprezzando in modo particolare il sistema amministrativo promosso dalla Casa d’Austria che, con il suo decentramento funzionale e burocratico, andava incontro ai desideri della popolazione di gestire in proprio e liberamente gli interessi locali.

La Val di Non nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, grazie soprattutto alle migliori condizioni di transito fra l’alta Anaunia e l’Oltradige, poté assaporare l’età di una belle époque. Il passo della Mendola in particolare divenne presto esclusivo luogo di soggiorno e di cura per gli esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia di lingua tedesca.

A inizio secolo rivestì un ruolo particolarmente rilevante per l’evoluzione sociale degli anauni il vescovo Celestino Endrici (1866- 1940) che tanto si adoperò per rafforzare il già avanzato sistema di istituzioni cooperative di credito e di consumo. L’approssimarsi del conflitto non permise però a questi fermenti di modernità di svilupparsi ulteriormente. La Chiesa fu ridotta al silenzio e nel 1916 il vescovo venne mandato in esilio dai militari. Tanti giovani furono spediti in Galizia per combattere per gli Asburgo sul fronte russo.

La fine della guerra e l’avvento dei liberatori venne accolto con grande entusiasmo. L’attacco alle tradizionali strutture sociali e istituzionali da parte della nuova amministrazione finì però per ridimensionare la fiducia riposta nei nuovi dominatori. Ciò che rimaneva dell’autonomia dei Trentini venne definitivamente lesa dal regime fascista e dalla sua burocrazia accentratrice.

La caduta del regime nel luglio del 1943 venne identificata con la speranza di un ritorno al decentramento, all’autonomia e a quelle istituzioni che avevano dato maggiori garanzie di libertà. La presenza sempre più massiccia dei nazisti tolse però alla popolazione la più piccola speranza.

Con la fine dell’occupazione (1945) si impose con urgenza la questione dell’autonomia regionale da un lato, la tutela della minoranza sudtirolese dall’altra. Dopo lunghe trattative per la definizione dell’autonomia, nel gennaio 1948 il testo dello statuto venne finalmente approvato, dando così il via alla stagione autonomistica del Trentino nel quadro della regione.

Nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale l’ente pubblico si impegnò per favorire lo sviluppo economico e sociale di una regione per molti aspetti ancora arretrata, promuovendo una vasta serie di lavori pubblici.

Alla metà degli anni Cinquanta il clima pacifico instaurato nei primi tempi tra i gruppi linguistici della regione Trentino- Alto Adige iniziò a deteriorarsi. Bisognerà però attendere la seconda metà degli anni Sessanta per vedere approvate una serie di misure che andavano a rivedere in maniera sostanziale lo statuto del 1948, adeguandolo alle nuove esigenze. L’aspetto più significativo e nuovo era dato dal fatto che l’autonomia regionale veniva divisa nelle due Province autonome di Trento e di Bolzano, alle quali passavano la maggior parte delle competenze un tempo proprie della Regione.